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IL «VILLAGGIO EL DORADO» - Così, nel 2005, hanno creato la Fondazione «Durante noi», di cui Forenza è presidente. E oggi, con il sostegno dei comuni di Milano e di Magenta e della Fondazione Don Gnocchi, stanno per dare vita a un progetto unico in Europa: il «Villaggio El Dorado». Una cittadella dove i giovani disabili vivranno integrati nella comunità. Nel villaggio, infatti, che sorgerà a Magenta, città di 23 mila abitanti vicino a Milano, non ci saranno solo gli alloggi per quaranta ragazzi, ma anche un supermercato, una ludoteca, un vivaio, una sede dell'università della Terza età e altri locali che ospiteranno mercatini dell'usato e laboratori di piccolo artigianato. E accanto alle residenze, sorgerà un maneggio per le attività di ippoterapia, aperto al pubblico. Un centro, insomma, dove i disabili saranno «in primo luogo residenti, e solo dopo, pazienti» e aperto non solo ai familiari in visita, ma alla gente della zona, giovani, anziani e famiglie. «Vorremmo creare un posto dove la gente va perché ci sono cose interessanti da fare e che porterà nella vita dei nostri figli uno squarcio di quella quotidianità che non hanno mai potuto vivere - racconta Marina - Nel supermercato, ad esempio, alcuni ragazzi potrebbero perfino lavorare. Ad esempio, potrebbero aiutare i clienti a imbustare la spesa, cosa che fanno abitualmente gli studenti negli Stati Uniti, in cambio di una piccola mancia».
IL PROGETTO - Il progetto della cittadella è stato disegnato dallo studio milanese «Pensa e Drago» proprio sulla base delle idee delle mamme. Nell'area riservata ai pazienti, si prevedono due complessi, collegati tra loro da un percorso a vetrate che attraversa il giardino. Ogni edificio potrà ospitare venti disabili, in camere singole. Altri dieci ragazzi, con disabilità di minore gravità, potranno invece vivere in una comunità, che avrà sede nell'edificio alle porte del villaggio. La struttura, una volta realizzata, sarà gestita dalla Fondazione Don Gnocchi, che ha da subito incoraggiato il gruppo di mamme. Gli inizi, però, sono stati sconfortanti.
LE DIFFICOLTÀ - Con in mano il progetto, per due anni Marina e un'altra mamma, Vanda Pobbiati, hanno bussato alle porte del comune di Milano e di quelli limitrofi: Buccinasco, Rho, Sesto San Giovanni, Corsico, spingendosi fino a Arcore. «Tutti lodavano l'idea, ma dicevano di non avere aree così grandi a disposizione: non meno di 40 mila metri quadrati» raccontano le mamme. Senza contare la burocrazia esasperante in cui hanno dovuto imbattersi: a volte per avere appuntamento con l'assessore di turno passavano settimane. Poi, la svolta. Nel 2008 Marina, originaria di Los Angeles, va a seguire un progetto linguistico nelle scuole di Corbetta, cittadina accanto a Magenta. Lì tramite una collega, conosce l'assessore ai servizi sociali di Magenta, Carlo Morani. Sembrava un incontro come tanti altri. E invece lui l'ascolta e dopo qualche mese la richiama, cosa che nessun politico aveva mai fatto. «Abbiamo trovato il terreno» le dice al telefono. Così, il sogno comincia a diventare realtà. Il villaggio è previsto dal nuovo Pgt di Magenta, approvato pochi giorni fa. E anche il comune di Milano scende in campo, a sostegno delle sue famiglie. «Questo è un progetto pilota eccezionale, perché risolvere il problema del "dopo di noi" è la vera sfida di una città moderna» ha sottolineato l'assessore alla salute di Milano Giampaolo Landi di Chiavenna, che presenterà il progetto all'Expo, sperando di poterlo far entrare nei programmi di finanziamento.
INVESTIMENTI - Sì, perché la cittadella è un sogno da almeno 16 milioni di euro. La raccolta dei fondi è già cominciata. Per informazioni, si può chiamare lo 02.40.30.80.81, oppure il 320.15.64.093, o visitare il sito www.durantenoi.it (in questi giorni in via di aggiornamento ndr). Il cammino, però, è ancora lungo e di tempo, queste famiglie, ne hanno poco. Nel 2005, le mamme che hanno dato vita alla fondazione erano 36. «Oggi - spiega Marina - tre ragazzi e tre dei loro genitori non ci sono più e i momenti di sconforto non mancano. Ma sentiamo che da lassù ci guarda Don Gnocchi, perché i suoi ragazzi di allora sono gli stessi anche oggi. E quella che lui chiamava la sua baracca oggi è una realtà meravigliosa. Noi speriamo che accada la stessa cosa».
Giovanna Maria Fagnani
© Corriere salute - 10 giugno 2010
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