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Non abbiamo niente contro animali e piante. Però in questi casi siamo in presenza di una morale utilitaristica che lascia molto perplessi. L'utilitarismo assume come criterio morale le conseguenze di un atto: se esse consistono in una maggior benessere per il maggior numero di esseri implicati allora l'atto è buono. Ciò comporta che si tenga conto solo della capacità di soffrire. Può accadere così che se un cane può provare dolore ed invece un embrione umano no, in quanto il suo sistema nervoso non si è ancora formato, la sperimentazione sugli animali va rifiutata e quella sugli embrioni umani permessa. Lo stesso si può dire per gli "interessi" delle piante. Se il bene è sostituito dall'interesse e l'etica si riduce a bilanciare gli interessi, dare un calcio ad un soffione sul bordo del sentiero è più grave di sopprimere un embrione soprannumerario, che non esprime nessun interesse. Si può perfino pensare che un essere umano in coma irreversibile valga meno di un vegetale, dato che quest'ultimo può avere uno sviluppo. La linea di confine tra l'uomo e gli animali tende ad assottigliarsi molto. In Francia Jean-Marie Schaeffer ha pubblicato da Gallimard un libro di ben 446 pagine proprio per decretare, come suona il titolo, "La fine dell'eccezione umana". L'umanità ha l'unità di una specie biologica e la cultura non serve a distinguere l'uomo dagli animali, dato che secondo Schaeffer «Le culture sono molte, non solo perché le culture umane sono diverse, ma anche perché la cultura umana non è la sola cultura animale». A ben pensarci, però, per poter dire che l'uomo non è superiore alla scimmia bisogna essere uomo. La scimmia non ci riesce. Per ridurre l'umano, bisogna avere, anche solo implicitamente, una visione più ampia dello spazio ridotto. Chi dice di non essere di più di una scimmia deve essere di più di una scimmia.
Proprio in questi giorni esce un bel libretto del cardinale Christoph Schönborn a proposito di questi temi (A Sua immagine e somiglianza, Lindau, Torino 2008, pp. 107, € 12). Intanto egli ricorda che la tesi della fine della differenza tra uomo e animale non è nuova, anche il filosofo Pagano Celso lo diceva: «Perché non potrebbe essere - egli diceva - che noi, invece, siamo fatti per loro dato che ci danno la caccia e ci divorano?» Per lui non conta nemmeno il fatto che l'uomo, con il suo ingegno, abbia costruito le città, dato che lo fanno anche le formiche e le api. Quindi, secondo Celso, "ogni cosa è stata fatta non per l'uomo, né per il leone, né per l'aquila, né per il delfino, ma affinché questo mondo, in quanto opera di Dio, diventi completo e perfetto in tutte le sue parti». Celso era pagano, ma poi c'è stato il cristianesimo che ha detto bel altre cose. Significa allora che questo "cosmismo" indifferenziato è segno di un paganesimo postcristiano? Sì, per il cardinale è così. |
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