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Sulla Ru486 l’ombra della «seconda» pillola
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La letteratura scientifica sull'aborto con le prostaglandine è monotona: lunghissimi (fino a 36 ore) travagli indotti, con vomito e diarrea, e con complicazioni tali che già nel '78 si leggeva sulla rivista specializzata Obstetrics and Gynecology: «Nuovi problemi riportati con le prostaglandine includono specifici eventi cardiaci associati con il loro uso, inclusi un caso serio di aritmia cardiaca e due morti confermate da improvviso arresto cardiaco; anche due casi di infarto del miocardio sono stati associati all'uso delle prostaglandine per via vaginale».

Con la scoperta e l'uso del mifepristone l'aborto con le prostaglandine torna in auge. Grazie all'associazione tra i due farmaci il metodo chimico diventa più rapido e, inoltre, aumenta il tasso di efficacia, perché il mifepristone (cioè la Ru486) provoca il distacco dell'embrione dalla parete uterina, preparando e facilitando la sua espulsione. Possiamo dire che con la Ru486, in realtà, si è reintrodotto dalla finestra quello che si era cacciato fuori dalla porta, e cioè l'aborto con le prostaglandine. L'aborto farmacologico di cui stiamo parlando adesso è quindi sostanzialmente sempre quello con le prostaglandine, supportato e reso più semplice dalla Ru486.

La prostaglandina più utilizzata nei protocolli internazionali ufficialmente riconosciuti dell'aborto chimico con la Ru486, è il misoprostol, commercializzato con il nome di Cytotec. È un farmaco antiulcera, prodotto dalla casa farmaceutica Searle sotto forma di compresse da assumere per via orale. Il protocollo autorizzato dalla Food and Drug Administration, l'autorevole ente americano di farmacovigilanza, prevede una dose di mifepristone di 600 mg il primo giorno, seguita da un'altra, sempre per via orale, di 400 mcg di misoprostol al terzo giorno della procedura. La Searle, però, non ha mai registrato il Cytotec come prodotto abortivo. Anzi, la sua direzione scientifica ne ha sconsigliato pubblicamente l'uso come tale, spiegando che non ne garantisce la sicurezza perché non ha mai svolto studi sugli effetti uterotonici del farmaco. Dalla letteratura scientifica si sa che il Cytotec presenta elevati rischi di rottura delle pareti uterine se assunto oltre l'ottava settimana di gravidanza: lo si legge con evidenza anche nel sito della Fda, dove si spiega che fra gli effetti dell'iperstimolazione dell'utero da misoprostol, oltre che emorragie e stati di shock, c'è anche la morte materna. In secondo luogo, il Cytotec è teratogeno: capita talvolta che la lunga procedura abortiva non funzioni, e che nel frattempo la donna cambi idea e decida di non abortire. Se ha già assunto il Cytotec, rischia di avere un bambino malformato.

La Searle ha dunque valutato il rapporto costi/benefici, e ha stabilito che non conviene registrare il farmaco come abortivo, né condurre studi per accertarne le possibili conseguenze in tal senso. Il risultato è che l'autorizzazione alla commercializzazione della Ru486 ha sempre trascinato con sé anche un uso non autorizzato ("off label") del Cytotec, cioè fuori dalle indicazioni previste. Sarà interessante vedere come l'Aifa, l'ente di farmacovigilanza italiana che sta esaminando il dossier della Ru486 fornito dalla Francia, risolverà il problema: non sembra possibile, infatti, licenziare un protocollo in cui un farmaco, autorizzato dalla stessa Aifa solo come antiulcera, venga proposto come abortivo, contro le indicazioni della stessa casa farmaceutica che lo produce.

Nell'ambito delle prostaglandine esistono due alternative al misoprostol: la principale è il gemeprost, un gel vaginale che ha particolari esigenze di conservazione ed è anche molto costoso. Ma la Fda specifica che, considerati due casi di spasmo coronario - uno dei quali sfociato in un attacco di cuore - questa prostaglandina non è approvata negli Stati Uniti per l'uso abortivo in associazione con il mifepristone. Da alcune agenzie risulta invece che è proprio il gemeprost il farmaco previsto nel protocollo che alcuni ospedali della regione Puglia stanno seguendo per l'aborto chimico. Sarebbe utile sapere se le donne che hanno abortito con questa procedura sono state informate correttamente dei rischi, e hanno firmato il consenso. L'ente di farmacovigilanza americano non approva neppure la seconda prostaglandina disponibile, il sulprostone, che ha causato almeno tre attacchi di cuore su un campione di 60 mila donne, di cui uno mortale: la prima morte per aborto farmacologico, avvenuta in Francia, fu attribuita proprio a questa prostaglandina, che fu sostituita nel protocollo ufficiale francese dal misoprostol.

L'eventuale approvazione della sola Ru486 da parte dell'Aifa, quindi, non risolve il problema della procedura di aborto farmacologico in Italia. Il problema che si pone agli esperti dell'Aifa è complesso, e riguarda il protocollo. Quale prostaglandina sarebbe associata alla Ru486? La prostaglandina più utilizzata è difficile ottenga l'autorizzazione senza una richiesta ufficiale dell'azienda che la produce, e le altre presentano serie controindicazioni, tanto da essere sconsigliate dalla stessa Fda.

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