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Oggi è in atto una riformulazione dell’utopia sociale – quella che ha infestato il Novecento – in altri termini, cioè trasferendola sul terreno della scienza e della biopolitica. La nuova utopia non parla il linguaggio marxista delle classi e della necessità storica, ma quello falsamente neutrale del progresso della scienza e della libera scelta. È uno straordinario paradosso: attraverso la libera scelta individuale stiamo attuando per esempio la più implacabile pulizia genetica delle diversità individuali (vedi la scomparsa dei bambini Down, che vengono abortiti). Grazie al diritto alla morte, in Olanda e in Belgio nella metà dei casi l’eutanasia viene decisa non dal malato ma da terzi, medico o parenti.
Oggi l'informazione scientifica, nei giornali, non può più essere quel territorio separato in cui dare informazioni specifiche, come era una volta: è una pagina politica, forse la più delicata, perché si parla di biopolitica, cioè di esercizio diretto del potere sui corpi, di decisioni sull'identità individuale e le caratteristiche genetiche, la vita e la morte delle persone. L'informazione scientifica oggi viene scissa in due parti, entrambe gestite alla vecchia maniera: da una parte le notizie politiche, dall'altra quelle tecniche. La parte che riguarda direttamente le battaglie parlamentari e legislative si affronta con i commenti dei politici, e dei notisti politici; mentre si lasciano agli esperti e ai giornalisti scientifici le pagine in cui si danno informazioni tecniche. Ma oggi questo sistema non funziona: sono le stesse informazioni scientifiche a essere direttamente politiche, perché sono filtrate, manipolate, a volte sbagliate, a volte volutamente false, false all'origine.
Pensiamo al più clamoroso caso che si è verificato negli ultimi tempi, il veterinario coreano Hwang Woo-Suk e la clonazione terapeutica, di cui sono uscite le notizie su testate selettive e rigorose come Science e Nature. Hwang era diventato un eroe internazionale, Darwin, la rivista diretta da Gilberto Corbellini e legata alla Fondazione omonima diretta da Veronesi, nel 2004 dedicò alla Corea un intero settore, intitolandolo «Le tigri asiatiche». Perché la comunità scientifica non s'è accorta dell'imbroglio? È davvero credibile che nessuno abbia controllato, che sia così facile prendere in giro autorevoli studiosi? La verità è che non hanno voluto accorgersene, perché gli interessi in gioco sono molteplici, intrecciati alle carriere accademiche, alle amicizie, agli investimenti dei governi e dei privati, ai brevetti, e così via.
Avvenire, con è vita, ha tentato davvero un esperimento nuovo, una campagna di base, cercando di dare le informazioni necessarie per formarsi un minimo di capacità critica autonoma. La dimostrazione che le notizie scientifiche così come vengono fornite non sono mai neutrali è data dal fatto che abbiamo vinto alcune battaglie semplicemente attraverso un'operazione di controinformazione, offrendo notizie corrette, vere, che però abbiamo dovuto cercare scavando. E lo abbiamo fatto facendo il nostro mestiere di giornalisti, non di esperti. Certo, abbiamo dovuto informarci in modo approfondito, acquisire gli strumenti per capire; abbiamo calcolato percentuali, esaminato letteratura scientifica, chiesto pareri, scoperto trucchi. Ma lo abbiamo fatto come giornalisti, svolgendo delle inchieste.
Insomma, la scienza non è neutrale e l'informazione scientifica tantomeno. Ma non dobbiamo farci spaventare da una situazione evidente di disparità di forze, per due motivi. Il primo è che anche se abbiamo a disposizione giornali di nicchia, o comunque non le grandi corazzate, questo può bastare: insistere sulla verità, ribattere sempre colpo su colpo è stancante ma funziona, così come funziona fare rete. Poi c'è un altro motivo, più importante: forse siamo minoranza nell'informazione, ma siamo maggioranza nel Paese. Gran parte della sinistra, e i laicisti, non si rendono conto dello scollamento che c'è oggi tra loro e l'Italia. Vanno avanti automaticamente, sulla forza d'inerzia di pensieri già fatti, irrimediabilmente datati e inadeguati. Al referendum sulla procreazione assistita, per esempio, ci si aspettava la "valanga rosa", il voto delle donne, sulla scorta di quello che era accaduto trent'anni fa su divorzio e aborto. Invece non c'è stata, e i commenti del giorno dopo erano increduli, quasi surreali.
Ripeto spesso - l'ho detto anche al Family Day - che c'è un grave scollamento tra luogo comune e senso comune. Il senso comune non ha confidenza con la cultura, a volte, e per questo manca di forza autonoma di rappresentazione culturale, non sa inserirsi nel dibattito pubblico, ha difficoltà a concettualizzare, a condurre una guerra culturale. A noi tocca cambiare questa situazione, condurre la lunga guerra culturale che abbiamo davanti, per la difesa dell'umano, in primo luogo, e delle nostre radici. Gli altri, i nostri avversari, dispongono non di un'egemonia, ma di una élite diffusa e comodamente adagiata nel luogo comune, in un conformismo consolante.
Lo scrittore cecoslovacco Milan Kundera ha raccontato che quando ha abbandonato il comunismo ha dovuto fare i conti con la nostalgia del "danzare in cerchio": mai più ha provato il confortante senso dell'omologazione, del sentirsi in piena armonia con un gruppo compatto. Noi non possiamo danzare nel cerchio. In compenso abbiamo, credo, il consenso popolare nel Paese, e non è poco. Per adesso dobbiamo agire come piccole navi corsare, navi leggere e veloci. Fare operazioni di controinformazione, di "guerriglia comunicativa". E intanto andare avanti con un'opera lenta di ricostruzione, che dia legittimità e dignità culturale al senso comune.
di E. Roccella - avvenire
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