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| Ru486, sono gli studi scientifici a condannarla |
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L'articolo compare sul nuovo numero dell'Italian Journal of Gynaecology & Obstetrics, pubblicazione ufficiale della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). La Promed Galileo - Società medico scientifica interdisciplinare, ha costituito un gruppo per lo studio dell'aborto medico, composto da esperti in diversi ambiti, che ha realizzato una revisione qualitativa della letteratura sull'argomento. Dopo una breve premessa metodologica e una descrizione dei due farmaci impiegati nell'aborto chimico - ossia il mifepristone e il misoprostolo - l'articolo analizza l'efficacia del sistema, che consiste nella «completa espulsione del concepito senza la necessità di procedure chirurgiche». Viene ripreso un lavoro comparso nel '93 sul New England Journal of Medicine, realizzato su due protocolli distinti in gravidanze entro i primi 49 giorni di gestazione che hanno riportato un'efficacia del 96,9% e del 98,7%.
Un altro studio pubblicato sulla stessa rivista cinque anni dopo, prendendo in esame una casistica di 2.127 donne, ha evidenziato un tasso di successi del 92,1% entro i primi 49 giorni di gestazione e dell'83% e del 77%, rispettivamente, a 56 e 63 giorni di gestazione. In una revisione retrospettiva di 512 aborti farmacologici effettuati a 5-14 settimane, il tasso di aspirazioni chirurgiche è invece risultato dell'8,2%. Dati che evidenziano la minore efficacia della metodologia farmacologica rispetto a quella chirurgica, a cui gli autori hanno aggiunto quelli relativi alla sperimentazione svolta in Toscana.
«Nel frattempo - aggiunge Renzo Puccetti, referente dell'area bioetica di Promed e tra gli autori dell'articolo - sono pervenuti dalla Regione i dati aggiornati, relativi agli ultimi due anni, fino a novembre 2007. Risulta che in Toscana il 14% delle donne che hanno praticato l'aborto farmacologico a causa del fallimento di questa metodica si sono dovute sottoporre anche all'aborto chirurgico. Nel consenso informato, invece, si parla del 3,5% di fallimenti, un dato sottostimato rispetto ai risultati ottenuti in Toscana, ma anche a quelli degli studi compiuti in altri Paesi».
«Considerare la Ru486 come la novità clinico-scientifica che rende l'aborto meno traumatico non corrisponde al vero - afferma Luigi Frigerio, direttore del reparto di ostetricia e ginecologia degli Ospedali riuniti di Bergamo, presidente della sezione lombarda della Società italiana di ginecologia e coautore dell'articolo -: dagli studi che abbiamo analizzato si tratta piuttosto di un farmaco poco maneggevole, molto oneroso da gestire, che invece di alleviare le sofferenze della donna, come si vuol fare credere, le amplifica». E ciò si rivela vero non solo a livello fisico. Uno studio su 363 donne ha rivelato che l'aborto chimico è stato riferito come più stressante: in particolare la vista dell'embrione abortito (56% delle donne) si associa a una maggiore frequenza di effetti psicologici negativi come incubi, flashback e pensieri intrusivi legati all'esperienza. Gli autori, però, reputano questi dati poco rappresentativi, perché il «tasso di abortività» (calcolato sul numero di donne che abortiscono per mille donne in età fertile) è influenzato da diversi fattori, come la modifica delle pratiche sessuali e contraccettive. Più corretto sarebbe, invece, considerare il «rapporto di abortività», ossia la propensione ad abortire, l'attitudine di una gravidanza a concludersi con un aborto volontario. In effetti, analizzando il numero di aborti in rapporto ai nati vivi, le cifre si ribaltano: in Svezia, ad esempio, dove il tasso di aborti risulta diminuito, in realtà la propensione ad abortire dopo l'introduzione della Ru è cresciuto: nel 1991 sono nati 123.737 bambini e sono stati effettuati 35.788 aborti, mentre nel 2006 sono nati 106.013 bambini a fronte di 36.045 aborti. Il rapporto di abortività ha quindi subito un incremento del 17,6%. L'Italia ci pensi bene prima di dare un via libera carico di incognite. |
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