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| Quante contorsioni dietro la parola eutanasia |
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Queste forzature lessicali sono devastanti e paradossali. Applicandole rigorosamente dovremmo negare carattere eutanasico ad uccisioni autenticamente pietose, ma non sollecitate dalla vittima e qualificare invece come eutanasica l'uccisione freddamente burocratica di chi, anche in perfetta salute, ne facesse richiesta. Né meno grave è l'alterazione del concetto di accanimento terapeutico: da atto medico futile, inutilmente invasivo, sproporzionato, incapace di arrecare alcun reale beneficio al malato, si viene ad intendere arbitrariamente per accanimento terapeutico qualunque pratica medica che il paziente rifiuti coscientemente, anche per motivazioni irrazionali. Perfino i gesti umani simbolicamente più rilevanti, l'alimentare e il dissetare, divengono in tal modo forme di accanimento. Se abbiamo l'onestà intellettuale di chiamare le cose con il loro vero nome, non possiamo non qualificare l'ormai prossima morte di Eluana se non come un autentico omicidio eutanasico. Essa, infatti, non morirà per la patologia che l'ha colpita, ma a seguito della sospensione del sostegno vitale che l'ha mantenuta in vita per tanti anni, un sostegno che non è qualificabile né come atto medico, né come una forma di accanimento terapeutico. Ma, si dice, facendola morire, si rispetterà la volontà di Eluana. Forse (!) questo è vero; ma è anche vero che l'aiuto al suicidio, sia pure intenzionalmente e liberamente richiesto, nel nostro codice è sempre stato e resta un delitto. Eluana sarà uccisa e il suo caso si inserirà nel tristissimo e lunghissimo novero degli omicidi pietosi. Spero sinceramente che in tutti coloro che plaudono alla sentenza della Cassazione non ci sia, invece della pietà, l'intenzione di progredire verso la legittimazione di uccisioni motivate non dalla compassione, ma dall'esigenza funzionale di liberare la società dal peso economico e psicologico dei minorati mentali, dei portatori di handicap, dei malati in stato vegetativo, di tutte le persone la cui vita si deciderà di ritenere 'non degna' di essere vissuta, acquisendo il loro consenso (!) o più semplicemente presumendolo. È consapevole l'opinione pubblica che molti bioeticisti sono già saldamente attestati su queste posizioni? di Francesco D'Agostino © Avvenire |
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