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| Proteina-chiave indica quando la chemioterapia può essere utile |
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MILANO - Il 2010 inizia con nuovo passo avanti verso terapie oncologiche personalizzate, quelle che tengono conto del Dna di ogni paziente, delle mutazioni genetiche che in alcuni malati si verificano e in altri no, delle alterazioni a livello cellulare che rendono alcuni farmaci più efficaci di altri contro una stessa forma di tumore. SELEZIONARE I PAZIENTI SENSIBILI - La battaglia al cancro si combatte, ora più che mai, su questo campo, come dimostra l'editoriale di inizio anno dell'autorevole Journal of Clinical Oncology, dedicato all'esame dei risultati di una ricerca italiana che ha individuato nella proteina P53 un valido marcatore in grado di indicare se la chemioterapia funzionerà o no in una determinata categoria di pazienti. Viste le complicazioni e i benefici correlati alla chemioterapia risulta importante - sostengono gli autori dell'editoriale - trovare i modi per selezionare i pazienti, in modo che solo quelli che possono trarne davvero beneficio si sottopongano ai trattamenti chemioterapici, prima o dopo l'intervento chirurgico. E lostudio dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (eseguito da Federica Perrone e coordinato da Lisa Licitra) va proprio in questa direzione: evidenzia il ruolo della P53 come indicatore dell'efficacia della chemioterapia nella cura di tumori a cellule squamose della cavità orale. LO STUDIO - La ricerca, condotta su 53 malati con questa neoplasia, ha dimostrato che solo pochi pazienti con tumore con la proteina P53 funzionalmente modificata (verificata con una biopsia effettuata prima dell'inizio delle cure) hanno risposto pienamente alla chemioterapia neoadiuvante, ovvero preoperatoria, a base di cisplatino e fluorouracile. Mentre il 40 per cento dei pazienti in cui era presente la P53 non modificata ha risposto positivamente, in modo completo, al trattamento chemioterapico. La strategia standard per i tumori della cavità orale in fase avanzata, che consiste in un intervento chirurgico seguito da radioterapia (se indicata), è stata quindi messa a confronto con i risultati con o senza la chemioterapia neoadiuvante a base di cisplatino e fluorouracile. Gli esiti della sperimentazione suggeriscono quindi che la chemioterapia può consentire interventi meno invasivi e ridurre il fabbisogno di radiazioni, a parità di stato patologico e senza differenze nelle aspettative di vita a fronte del solo intervento chirurgico. «Si tratta - sostiene Marco Pierotti, Direttore scientifico dell'Istituto Tumori - di risultati circoscritti a un particolare tipo di tumori, che però ci indicano nuovi percorsi di ricerca: finalizzati, da un lato, a una sempre più puntuale personalizzazione della cura e, dall'altro, a evitare trattamenti che, oltre ad essere costosi, rischiano di peggiorare ulteriormente la qualità della vita dei pazienti». Vera Martinella © Corriere salute - 15 gennaio 2010 |
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