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| Le staminali adulte riparano anche reni e fegato |
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Professore, ci racconti la sua ricerca. «È un ulteriore passo avanti nello studio che è iniziato con l'isolamento di vere e proprie staminali nel tessuto epatico dell'uomo avvenuto nel 2006. Abbiamo identificato, infatti, cellule simili alle staminali mesenchimali che si trovano nel midollo osseo e che la caratterizzazione funzionale ha confermato essere staminali. È stato fondamentale poterle espandere in vitro e studiarne, così, le capacità differenziative. Sotto l'effetto di determinati fattori di crescita, si sono infatti trasformate in più tipi cellulari come cellule dell'osso, pancreatiche ed endoteliali». Siete poi passati alla sperimentazione in vivo. «Sì. In topi con danno epatico acuto indotto si è registrato un forte miglioramento dopo l'iniezione delle staminali che sono andate a riparare il tessuto lesionato. L'effetto è dovuto all'azione delle cellule ma anche ai loro prodotti. Dobbiamo capire meglio i meccanismi di azione di tutte le molecole coinvolte, ad esempio il ruolo protettivo che giocano quando riescono a impedire la morte geneticamente programmata delle cellule epatiche (apoptosi). Naturalmente, il nostro obiettivo è quello di riuscire ad arrivare un giorno a risultati clinici ma occorrono ancora molte indagini». Come giudica i nuovi orientamenti che stanno indirizzando la ricerca sulle staminali a livello mondiale, ad esempio l'esperimento di riprogrammazione delle cellule adulte ad uno stadio embrionale? «Ritengo che siano strategie interessanti ma gli effetti sono ancora tutti da dimostrare. Mi spiego meglio. L'atteggiamento di prudenza deve guidare la considerazione di questi risultati. Sul fronte delle staminali in generale, aspetti etici a parte, ad oggi non c'è ancora la sicurezza scientifica che a distanza di tempo non vadano incontro ad una differenziazione non voluta generando, ad esempio, teratomi, ossia tumori dei tessuti embrionali. Il problema principale rimane quello di non essere del tutto certi dei rischi implicati. E se anche si dimostra la sicurezza nell'animale, non è detto che nell'uomo sia lo stesso perché ci sono tempi più lunghi di sviluppo per quanto riguarda le formazioni neoplastiche». Quali sono le vie d'uscita? «Continuare le valutazioni a trecentosessanta gradi, in particolare degli effetti a lungo termine, non fermarsi solo a costatare i benefici immediati. Sapendo ciò, le prove cliniche vanno condotte selezionando con estrema attenzione i pazienti candidati, per i quali la terapia deve essere un salvavita in assenza di alternative certe. In America, la Food and Drug Administration ha approvato un trial clinico basato sull'utilizzo di staminali mesenchimali per pazienti sottoposti a circolazione extracorporea, e quindi a forte rischio di insufficienza renale, come conseguenza di interventi chirurgici invasivi. Molto interessante come approccio ma attendiamo gli esiti». Ha un significato particolare il fatto che nel suo laboratorio si lavori con le cellule staminali adulte? «Lavoriamo sulle staminali adulte anche per motivi etici. Ritengo molto importante dal punto di vista scientifico continuare le ricerche sugli embrioni animali, servono per capire la biologia cellulare e i meccanismi che guidano i vari processi. Sono anche d'accordo con la proposta di una moratoria europea sulla distruzione di embrioni umani dal punto di vista morale, anche se non sono contrario al fatto che la ricerca possa avvalersi almeno di ciò che è già disponibile». |
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