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Italia promuova la moratoria sugli embrioni
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Allora ci dichiarammo esterrefatti, avanzando obiezioni e riserve cui fu data sempre la stessa risposta: non si può fermare il progresso scientifico e gli sviluppi nella cura di gravi malattie come Parkinson e Alzheimer, cui la ricerca sugli embrioni pareva «indispensabile» e «indiscutibilmente necessaria». L'Italia, insomma, non poteva sottrarsi (tanto meno opporsi) a tale inconfutabile certezza. Oggi, alla luce della clamorosa ma ampiamente annunciata scoperta nel campo della riprogrammazione cellulare, le cose sono drasticamente cambiate. E ciò che qualcuno marchiò come sterile bigottismo ha trovato una formidabile consistenza scientifica, prima ancora che etica: gli embrioni, e la loro sistematica distruzione, non servono alla scienza. È possibile - e a sentire chi ha posizioni come il padre della clonazione, Ian Wilmut, con successo di gran lunga maggiore - ottenere cellule con caratteristiche di pluripotenza senza ricorrere al sacrificio di vite umane. Per questo motivo ieri dalla prima pagina di Avvenire Eugenia Roccella ha lanciato una proposta forte all'Unione europea e al governo italiano: una moratoria simile a quella Onu sulla pena di morte che permetta di sospendere per 5 anni la distruzione di embrioni umani, nell'attesa che le nuove tecniche si consolidino e mostrino la propria validità.

Una proposta che sta facendo già discutere i ricercatori e gli scienziati italiani, in queste ore concentrati sui particolari della tecnica elaborata dai colleghi Shinya Yamanaka e James Thomson: «Quella presentata alla comunità scientifica internazionale martedì è senza alcun dubbio una scoperta di portata rivoluzionaria - commenta il professor Giovanni Neri, direttore dell'Istituto di genetica medica all'Università Cattolica di Roma -. In un colpo solo sono state combinate le due condizioni migliori possibili per la ricerca: sono state create, cioè, cellule staminali embrionali compatibili (utilizzando le cellule adulte dello stesso paziente si supera la questione del rigetto) e flessibili (capaci di trasformarsi, proprio in quanto embrionali, in ogni altra cellula) senza distruggere embrioni. Ecco perché sottoscrivo appieno la proposta di una moratoria sull'uso di embrioni: non avrebbe più alcun senso distruggerli perché scientificamente esiste ed è stata dimostrata la possibilità di non farlo». Dello stesso parere Ornella Parolini, direttore del Centro di ricerca «Eugenia Menni» della Fondazione Poliambulanza di Brescia, autrice di eccezionali scoperte sulle staminali della placenta, che evidenzia come la necessità di una moratoria sull'uso di embrioni debba essere dettata prima di tutto da una posizione etica: «Come ricercatrice, l'ho ribadito più volte, ho scelto di non utilizzare le cellule embrionali non perché scientificamente fossero meno efficaci delle adulte ma perché eticamente ho sempre creduto che fosse sbagliato. La scoperta sulla riprogrammazione, da questo punto di vista, non cambia nulla nel mio modo di vedere le cose: la considero, certamente, importantissima, sono felice che si siano ottenuti dei risultati (che ora dovranno essere verificati) senza distruggere embrioni. Ma è sempre per ragioni etiche, prima che scientifiche, che sottoscriverei immediatamente la moratoria proposta dalla Roccella».

Anche il genetista Bruno Dallapiccola accoglie positivamente la proposta di Avvenire: «Di fronte a una scoperta così importante, peraltro confermata dal fatto che ben due gruppi di scienziati abbiano ottenuto gli stessi risultati, una moratoria sull'uso di embrioni è un atto di coerenza scientifica, e prima ancora di buon senso». Mentre Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di biologia molecolare all'Università Cattolica di Milano ricorda come «basterebbe che fosse applicata correttamente e da tutti gli Stati aderenti all'Unione europea la Convenzione di Oviedo, che di per sé già vieta la distruzione di embrioni a scopo di ricerca». Una controproposta arriva poi dal giovane ricercatore Paolo De Coppi, autore della scoperta delle cellule staminali nel liquido amniotico e primario chirurgo al Great Ormond Street di Londra: «In àmbito scientifico scoperte di questa portata sono condivise anche da chi ha sempre percorso la strada della ricerca sugli embrioni - spiega -: per questo sono convinto che si debba dibattere a livello scientifico, prima ancora che istituzionale, sulla direzione della ricerca futura proprio a partire da questa scoperta. Sulla base di un presupposto fondamentale che ho sempre sostenuto anch'io nel mio lavoro: i limiti etici per un ricercatore sono paletti capaci di indirizzarlo verso vie alternative percorribili. Con successo».

Da E' Vita

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