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DURANTE INIEZIONI A OCCHI IL SILENZIO E' D'ORO |
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(AGI) - Los Angeles, 12 ago. - Per non correre rischi e' necessario il silenzio. Se ti stai sottoponendo a un'iniezione per una patologia oculare, e' preferibile che il medico stia zitto. Alcuni ricercatori della University of California, Los Angeles, hanno scoperto che basta solo qualche parola per incorrere nel rischio di trasmettere batteri potenzialmente in grado di finire negli occhi del paziente o sugli aghi da iniezione, causando cosi' serie infezioni. Una iniezione su qualche migliaio comporta una grave infezione oculare, denominata endoftalmite, che nei casi peggiori puo' causare ai pazienti la completa cecita'. Ma poiche' questo tipo di pazienti hanno in genere bisogno di iniezioni frequenti, la percentuale del rischio di infezioni sale considerevolmente a un rapporto di circa 1 su 200. Alcune di queste infezioni sono causate da un tipo di batterio, lo Streptococco, che e' comunemente presente in bocca, causa di carie e di alito cattivo. La nuova scoperta "non prova nulla definitivamente", ha detto l'autore dello studio il Colin McCannel, del Jules Stein Eye Institute della University of California, Los Angeles. Eppure, "Il mio consiglio ai pazienti rimane quello di ridurre al minimo la conversazione col proprio medico fino a che l'iniezione non e' completata". McCannel e i suoi colleghi hanno simulato una iniezione standard all'occhio nello studio di un oculista. I volontari erano in piedi davanti una sedia e, all'altezza degli occhi, era stata posta una piastra di coltura per i batteri. E' emerso che quando si parlava ai pazienti simulati nelle, i batteri sono cresciuti in circa meta' delle piastre di coltura. Cio' dimostra che anche se le iniezioni oculari non sono cosi' pericolose e non avvengono in una sala operatoria, i pazienti e i medici devono stare comunque molto attenti e prevenire qualsiasi possibilita' di contaminazione. "Si tratta comunque di intervento chirurgico", ha detto il Charles Wykoff, ricercatore presso il Retina Consultants of Houston. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Archives of Ophthalmology.
© salute.agi.it/ - 16 agosto 2011
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