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Premesso che l'errore sta già nel metodo, poiché inviare aiuti ingenti per tamponare emergenze a forte impatto emotivo (AIDS, SARS, tsunami) non può avere, e in effetti non ha, alcun effetto sulle necessità sanitarie quotidiane delle popolazioni coinvolte. Quel che è peggio è che spesso queste iniziative umanitarie ottengono risultati inferiori agli sforzi compiuti.
Da un lato le donazioni, da parte di nazioni più ricche o di organizzazioni filantropiche, sono legate al rispetto di priorità che non rispecchiano le reali esigenze del territorio cui sono destinate, ponendosi in contrasto o addirittura scoraggiando le iniziative locali. Nel tentativo di evitare utilizzi impropri, si finisce in alcuni casi per anteporre gli interessi del donatore, vincolando per esempio il 33% di una somma, per la prevenzione dell'AIDS, alla promozione di castità e fedeltà e non a programmi per l'impiego di aghi sterili. Inoltre gli aiuti esterni sono iniziative singole e frammentarie: non coordinate tra loro anzi, in alcuni casi in aperta competizione, che invece di integrarsi con le strutture e i programmi locali, approfittano delle maggiori disponibilità monetarie per accaparrarsi anche i talenti migliori. Insomma più che un aiuto costruttivo una prepotente ingerenza, di mezzi e competenze, che ignora e sminuisce il ruolo dei governi locali. Governi locali che, nella migliore delle ipotesi si affidano a questi aiuti caritatevoli senza sforzarsi di acquisire autonomia, nella peggiore continuano a rivolgere il loro impegno al consolidamento militare, e distraggono gli aiuti sanitari stranieri per eccessiva burocrazia, incompetenza o corruzione. Basti dire che, secondo la Banca Mondiale circa la metà di tutti i fondi internazionali destinati all'Africa sub-Sahariana risulta impiegata per altri scopi, come pagare servizi fantasma, farmaci contraffatti, equipaggiamenti finiti al mercato nero, bustarelle. |
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