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LE STROKE-UNIT - Per abbassare la mortalità, che oggi si aggira sul 30% ad un mese dall'evento, bisognerebbe che afferissero nelle strutture specializzate, peraltro poche e mal distribuite, almeno il 90% dei pazienti, e che queste operassero secondo il modello assistenziale in Lombardia e che oggi è il più avanzato nel nostro Paese: lo Stroke Unit Network, operante attraverso una rete dedicata che conta già su 29 strutture, coordinate dall'Istituto Clinico Humanitas. Oggi meno del 10% dei colpiti da ictus riceve le cure del caso - la trombolisi - entro il tempo massimo di 3 ore previsto dai protocolli internazionali e in Italia le Stroke Unit sono meno della metà di quelle previste dai protocolli internazionali (1 ogni 570 mila abitanti contro 1 su 250 mila).
EFFICACIA - L'ictus ogni anno in Italia colpisce 230 mila persone, delle quali una su 15 è in età produttiva, avendo meno di 55 anni, e 30 mila sono in età socialmente utile, non avendo ancora compiuto i 65. Una patologia che fa stimare 960 mila malati, che, per l'invecchiamento della popolazione, se non cambia qualcosa nell'organizzazione dell'assistenza, nel 2020 diverranno oltre 1.100.000. Uno su tre circa di questi pazienti (30%) oggi muore entro un mese dall'evento, il 40% esce dalla malattia con qualche forma d'invalidità, mentre la maggior parte (55%) di quelli che sono stati trattati con la terapia trombolitica entro 3 ore dall'evento si salvano. «Sulla base di evidenze scientifiche internazionali», dice il Professor Gioacchino Tedeschi, Segretario del la SIN, «è ormai consolidato che per garantire al paziente il miglior risultato, in termini di sopravvivenza e minor invalidità residua, il ricovero dev'essere fatto in «Stroke Unit», strutture dotate del personale medico e infermieristico, nonchè delle apparecchiature necessarie a tutti gli interventi del caso». «Il problema è che oggi, nel nostro Paese, solo 1 su 3 di coloro che hanno avuto un infarto cerebrale è soccorso nei tempi giusti ed appena 1 su 10 è curato in Stroke Unit», dice il professor Consoli, Presidente della SNO. «Se il 90% dei pazienti fosse ricoverato nelle Stroke Unit entro 3 ore, si passerebbe dai 100 guaribili di oggi per settimana a 300», osserva il Professor Danilo Toni, presidente dell'Associazione Italiana Ictus, «e possiamo stimare che con una organizzazione più razionale di tutto il sistema dell'assistenza sanitaria si ridurrebbe anche la disabilità residua, scendendo dall'attuale 40% ad almeno il 30». Prospettive ancora migliori per la cura dell'ictus ischemico, alla luce delle conclusioni di due studi che dimostrano che la terapia trombolitica resta efficace anche se effettuata tra le 3 e le 4 ore e mezza dall'insorgenza dell'ictus ischemico, cioè 90 minuti oltre il tempo massimo previsto dagli attuali protocolli.
I DUE STUDI - Nello studio pubblicato su «Lancet» sono stati considerati i casi registrati nello studio osservazionale prospettico «SITS»: 664 pazienti trattati fra le 3 e le 4.5 ore sono stati paragonati a 11.865 trattati entro le 3 ore. Non è emersa differenza fra i due gruppi per quanto riguarda la comparsa di emorragie sintomatiche, la mortalità e il grado di invalidità e di indipendenza dopo lo stroke. Lo studio «ECASS», pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha invece coinvolto 19 Paesi europei, fra i quali proprio l'Italia ha dato il maggior contributo per numero di pazienti arruolati e qualità dei dati: «Un risultato di assoluto rilievo per la ricerca italiana», commenta il Professor Danilo Toni, «peraltro, anche in fase di elaborazione del protocollo la ricerca italiana ha dato un contributo di primo piano, grazie alla presenza del Professor Cesare Fieschi nel gruppo degli ideatori dello studio. Si tratta di uno studio randomizzato, in cui i pazienti che avevano presentato un ictus fra le 3 e le 4.5 ore dall'insorgenza dei sintomi sono stati trattati o con terapia trombolitica (418 casi) o con placebo (403 casi). L'evoluzione dell'ictus è stata più favorevole in misura significativa nel gruppo trattato rispetto al gruppo placebo, specie per quanto riguarda la disabilità residua: »Al termine del follow-up di tre mesi«, dice Toni, »i pazienti trattati con t-PA hanno raggiunto l'indipendenza funzionale nel 52% dei casi, contro il 45% dei pazienti con placebo».
Fonte Corriere Salute
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