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| Fine vita: anche Londra nelle mani dei giudici |
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Debbie Purdy, 45 anni, di Bedford, dichiara da tempo di essere intenzionata, quando le sofferenze arrecate al suo corpo dalla malattia diventeranno insopportabili, a morire. Il punto è come, visto che nel Regno Unito - ben più libertario in altri campi eticamente "sensibili", come quello della ricerca sugli embrioni e la sperimentazione sugli ibridi - il suicidio assistito è illegale: di più, secondo la legge britannica chi aiuta un'altra persona a morire rischia una sentenza fino a quattordici anni di reclusione. E qui sta il problema della signora Purdy: che ha già considerato la possibilità di recarsi in Svizzera, usufruendo dei discutibili servigi della tristemente famosa associazione eutanasica Dignitas, ma che ora teme per la sorte di suo marito e chiede un emendamento della legge per evitare che al suo ritorno l'uomo venga processato dalle autorità britanniche per averla facilitata a togliersi la vita. A Debby Purdy è stata diagnosticata la sclerosi multipla nel marzo del 1995. Oggi non può più camminare: «Il suo dilemma - spiega il legale che la rappresenta, David Pannick - è che la signora Purdy desidera rimandare il suicidio il più possibile per non rischiare che il marito sia indagato. Se la legge non le garantisce questo è più probabile che decida di recarsi all'estero e commettere il suicidio prima». La donna ha spiegato di volere "il diritto di fare una scelta" e che siano chiarificati i rischi che corre il marito nell'aiutarla, per esempio, a comprarsi i biglietti dell'aereo o a compiere il viaggio. Peter Saunders dell'associazione "Care not Killing" teme, però, che la decisione dell'Alta Corte su Debbie Purdy - attesa a giorni - possa portare a un cambiamento della legge, aprendo ad abusi. «Il suicidio assistito è un crimine. E deve rimanere un crimine, perché una legge che lo permette potrebbe presto essere sfruttata e abusata con risultati terrificanti». Peraltro sono stati diversi in passato i tentativi di legalizzare il suicidio assistito nel Regno Unito attraverso sentenze: come nel 2001 il caso di Dianne Pretty, affetta da una grave malattia cerebrale, che perse la battaglia per garantire l'immunità al marito se questo l'avesse aiutata a morire (nei confini britannici, stavolta).
La questione, insomma, anche in Inghilterra trascende il singolo caso della signora Purdy. Anche se l'eutanasia è illegale in Gran Bretagna ed esiste una precisa normativa sul fine vita (è stato, ad esempio, stabilito un limite per i trattamenti sanitari quando si trasformino in accanimento terapeutico e in questi trattamenti - diversamente da quanto è stato proposto come punto imprescindibile di un'eventuale legge italiana - per la legge Bland del 1989 rientrano anche il nutrimento e l'idratazione), esistono aree che possono creare confusione a provocare controversie. Un medico, per esempio, può legalmente somministrare a un paziente terminale forti dosi di un oppiaceo come la morfina, anche se questa accorcerà i suoi giorni. Se l'intenzione del medico è quella di alleviare la sofferenza non può essere incriminato. E sono in molti, fra i dottori, ad ammettere di aver dato dosi letali di droga, senza l'intenzione di uccidere. La direzione ufficiale della British Medical Association, l'associazione che rappresenta i medici del Regno Unito, è quella di opporsi a ogni forma di eutanasia. Ma per diversi medici, se non è accettabile commettere un atto che causi la morte di un paziente, lo è invece evitare di commettere un atto che gli salverebbe una vita. Una distinzione pericolosa, che potrebbe essere avvallata dalla decisione dell'Alta Corte sul caso Purdy. |
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