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| Deforme una ragazza incinta? No, lo sguardo storto di un’altra donna |
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La fragilità di un corpo giovanissimo come deturpata da un oscuro peso, segno di un figlio, quindi di responsabilità, quindi della fine precoce di una adolescenza che certi maestri vogliono spensierata, leggera e infinita. Quel peso come una condanna, e dunque il ventre gravido bruttura, deformità che non si vorrebbe vedere. Che cosa triste scorgere dipinta la gravidanza con questo sguardo. Uno sguardo in realtà di segno maschile, ma di quei maschi che nella donna vedono solo una cosa. Che la vogliono sempre seducente, e impongono questo modello come un imperativo morale. Viene in mente la madre che due anni fa annegò il suo bambino di pochi mesi nell'acqua del bagno. Quando confessò, disse in lacrime che dopo la gravidanza il suo corpo non era più bello come prima, e che non la invitavano più a fare la comparsa sulle tv private. La gravidanza come deformazione, imbruttimento. Il corpo, come dice la Tornabuoni, 'deformato'. Sinistro, questo aggettivo pronunciato con noncuranza, perché sembra non riconoscere più in quel ventre gonfio il segno di cui è portatore: la vita, il principio di una vita, la meraviglia di un altro figlio che nasce. Nei paesi, nelle strade, ancora oggi in Italia la gente semplice, e soprattutto i vecchi, se ti incrociano quando sei incinta ti sorridono, chiedono quando nascerà, si rallegrano come se quel figlio un po' li riguardasse. Ed è vero, un figlio che nasce riguarda tutti. È ricchezza, e stupore. Ma, siamo capaci ancora di questo sguardo? Non è, un figlio, oppressione e femminile destino di condanna, come una certa vulgata veterofemminista ha sottinteso per decenni. Avere un figlio, portarselo per nove mesi addosso, è splendido. Disturba, che la ragazzina di Juno istintivamente lo scelga, inorridita da una triste clinica d'aborti. Perché si mette contro la corrente, va contromano rispetto a ciò che 'è giusto', e quasi obbligatorio, pensare e fare. È 'giusto' fare sesso a quattordici anni, ma è un'assurda disgrazia se si resta incinte. Da rimediare con una pillola che avveleni l'intruso, o con un corretto aborto. I figli, si fanno dopo i trentacinque, quando si è fatta carriera. Se poi non arrivano, ci si danna in un'odissea di provette, perché quel figlio che un tempo era un inciampo ora è dolorosa ansia, e pretesa. L'adolescente che semplicemente quel bambino lo fa nascere, irrita. Povero corpo di fanciulla deformato. Magre bisogna essere, a sedici anni, magrissime. Magari anche anoressiche, come ammiccano certe pubblicità. Corpi di ossa, evidentemente incapaci di concepire. Di portare la vita, e continuare. Efebiche maschere di un nichilismo educato, per cui la vita è solo divertirsi, essere liberi, consumare. Ma continuare nei figli, in questo nulla, non ha senso. Povera Juno con la sua grossa pancia, povera bambina deforme. Marina Corradi - fonte - Avvenire - |
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