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| Colpo di tosse, tutti fuggono |
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Non è una metafora, la suina, per il momento, almeno finché non capiti nelle mani di uno scrittore all'altezza. E va bene che non si tratta di una figura retorica bensì di un'infezione che è meglio evitare: ma a cosa può servire la mano di una mamma tenuta stretta sulla bocca del suo povero bambino in viaggio sulla linea verde della metropolitana milanese, tra la folla del primo pomeriggio. Piuttosto che opprimerlo con il palmo schiacciato sulla faccia - verrebbe da consigliarle - gli comperi una mascherina, che facendo un po' carnevale (sia pure fuori stagione) per un bimbo di 4-5 anni potrebbe almeno essere divertente, oltre a evitargli un soffocamento che dopo tre-quattro stazioni sarebbe certo. E già che c'è, la comperi pure per sé: nessuno ha ancora dimostrato che il virus risparmia gli adulti. Insomma, non sarà vera e propria psicosi, per il momento, ma è comunque assurdo. Perché la psicosi, si sa, è spesso frutto dell'assurdo se non della superstizione. Chiedete a Camus, che ha ambientato La peste (secondo romanzo del «ciclo dell'assurdo», appunto) nella città algerina di Orano, primavera anni 40, chiusa da un cordone sanitario per impedire la diffusione della febbre letale che uccide i suoi abitanti oltre ai ratti, trovati morti a migliaia in ogni angolo di strada. E anche in questo caso non manca chi, come il padre gesuita Paneloux, è pronto a interpretare il flagello come una punizione divina. Non si erano mai visti, in un autunno tutto sommato non troppo inclemente, tanti guanti sui mezzi pubblici. Sono soprattutto signore di mezza età, che reggendosi ai paletti di sostegno tengono le mani debitamente coperte. Accorgimento preventivo non del tutto irragionevole, a sentire le avvertenze degli esperti. La sciarpa tirata su fino al naso fa un po' terrorista, ma non è da escludere a priori. Ma è il colpetto di tosse o lo starnuto buttato là quasi inavvertitamente nella folla di un caffè post-pranzo l'evento più rivelatore. Vedrai ragazzine in jeans allontanarsi di qualche passo fingendo di raggiungere anime gemelle inesistenti. Anche qui, nessuna metafora. Non certo quella messa in scena da José Saramago in Cecità , dove il «mal bianco» che colpisce un automobilista fermo al semaforo si trasmetterà ben presto a tutta la città e poi all'intero paese, condannando gli abitanti malcapitati alla reclusione in un ex manicomio, vittime non solo della totale cecità ma anche dell'abbrutimento più crudele. Del resto, basta il titolo di un giornale a diffondere il panico (dovremmo saperlo bene noi giornalisti, anche senza aver letto i romanzi), il serpeggiare di voci che si amplificano senza più controllo ad additare l'untore di turno. E non è raro, anzi, circolando in questi giorni per metrò o per autobus, sentir bisbigliare tra colleghi pendolari la mefitica parolina «virus» che si trascina dietro racconti di figli di amici ritirati dagli asili per un sospetto non ancora del tutto verificato: «Trovo giusto, non si sa mai, meglio essere prudenti...».
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