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194, legge ingiusta
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Ad oltre trent'anni di distanza quelle parole sono terribilmente attuali ma la battaglia culturale sembra persa. Cosa ne pensa? 
La «194» riveste un delitto con la forma giuridica del diritto. E dobbiamo anche constatare che, a distanza di trent'anni, quel giudizio della Civiltà cattolica é oggi dimenticato, o considerato imbarazzante. Si tratta di un segnale di sconfitta: la legge ha fatto cultura e finisce con l'essere accettata come normale anche da molti che in origine l'avevano contestata. Nel suo ultimo libro a proposito di «194» lei parla di fenomenologia di una legge ingiusta. Perché? 
Perché questa legge è intrinsecamente iniqua. Essa non è una buona legge applicata male, non può nemmeno essere considerata «un compromesso onorevole» che attende solo di essere interpretato meglio. Secondo la classica dottrina del diritto naturale, quando una legge positiva contraddice lex naturalis essa non è più una vera legge, ma la sua negazione, e cessa di essere vincolante in coscienza. La «194» ha tutti i requisiti essenziali di una legge ingiusta, perché il suo nucleo è riassumibile nell'idea che la donna, e con lei la società, a certe condizioni possono sopprimere un essere umano innocente. Certi giudizi indulgenti sulla 194 nascono da una conoscenza approssimativa del suo contenuto. 
 
Scrive Corrado Alvaro: «Non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù». È successo anche per l'aborto? 
Sì. Pensiamo ad esempio all'aborto eugenetico, che la «194» ha legalizzato attraverso un astuto bizantinismo. Oggi la diagnosi prenatale è utilizzata sempre più per individuare i feti con patologie e per procedere di norma alla loro eliminazione. Ormai, dei genitori che facciano nascere un figlio down sono spesso guardati con disapprovazione. Oppure giudicati degli eroi, a indicare che la normalità è, in quel caso, l'aborto. Questa cultura di morte ha suscitato la reazione coraggiosa di personalità della cultura laica, e cito su tutti l'amico Giuliano Ferrara. Ma spesso la critica rimane sul piano etico ed educativo, e tende a considerare intangibile il dato normativo. Anche chi è «contro l'aborto», poi aggiunge che «la legge però non va toccata». Un cortocircuito logico che certifica la vittoria del pensiero abortista nel nostro Paese. 
 
La sottolineatura a priori dell'autodeterminazione della donna nella scelta di abortire è stato il colpo di grazia alla figura del padre? 
La «194» è una legge di evidente impianto vetero femminista, fondato sull'idea che l'aborto è una «questione della donna, di cui devono parlare solo le donne». Questa idea si è così diffusa che oggi è spesso ripetuta anche dagli avversari dell'aborto. L'aborto è, invece, una questione di vita o di morte. Del figlio. 
 
In che misura si può affermare che la «194» ha contribuito all'emergenza educativa di cui tanto si parla? 
L'aborto legale è il coronamento della rivoluzione sessuale. Esso serve come «soluzione finale» al fallimento, statisticamente inevitabile, della contraccezione, all'interno di un modello che incita i nostri ragazzi a «provare» il sesso il prima possibile, rendendoli schiavi dei loro istinti. Secondo i dati del ministero della salute, dal 1978 a oggi la legge ha fatto più di 5 milioni di vittime innocenti. A queste vanno aggiunte tutte le donne protagoniste di questo gesto, che le lacera nel profondo della coscienza. Una tragedia di fronte alla quale lo Stato non si oppone, ma si mette a disposizione per eseguire l'aborto a spese dei contribuenti. 
 
C'è una parte della 194 che enuncia la tutela della maternità. Eppure non è mai stata attuata. Quale può essere in questa direzione il contributo dei «pro life»? 
Molti bambini possono essere salvati, se solo si permette ai volontari dei Centri di Aiuto alla vita di incontrare le donne con una gravidanza difficile. Tuttavia, occorre essere chiari: i «pro life» sono chiamati a operare in vigenza di questa legge, ma non possono accettare di tacerne l'intrinseca iniquità. Questa verità è la prima carità richiesta a chi si mette al servizio della vita. 
 
Nei suoi attacchi alla vita la cultura laicista sembra perseguire la strada della gentilezza: non parla di aborto ma di interruzione della gravidanza; non si parla di uccidere un persona in coma o in stato vegetativo ma di liberarla. Sembra una trappola studiata dai profeti del buonismo per mettere in difficoltà soprattutto i cattolici... 
L'antilingua funziona come un potente anestetico: addormenta le coscienze, e rende accettabili azioni in sé orribili, non a caso punite dal codice penale fino a qualche decennio fa. C'è un effetto-assuefazione anche fra i cattolici. Occorre costantemente smascherare questo inganno. Direi che Bologna ha avuto, in questo senso, il dono di due straordinarie voci profetiche: prima il cardinale Biffi, e ora l'arcivescovo Caffarra. Ascoltiamoli. 
 
La vicenda di Eluana sembra ripetere nelle intenzioni dei sostenitori dell'eutanasia quanto accaduto con la «194». Cosa si può fare per contrastare questo progetto? 
La vita si difende difendendo la verità tutta intera. Il testamento biologico è sempre un mostro giuridico, perché il testamento si fa per disporre dei beni patrimoniali, non della propria vita. 
 
Ci sono gli spazi per riformare la 194? Ci sono le condizioni culturali e politiche per cancellarla? 
Non dobbiamo stancarci di continuare a proclamare che la legge «194» è ingiusta. Dobbiamo dirlo alle nuove generazioni, mostrare loro la bellezza della vita nascente e l'orrore dell'aborto. Non si è mai sentito dire che una legge ingiusta si sconfigge dicendo che è «una buona legge». Creare le condizioni culturali per cancellare la 194 dipende da noi. 
 
Tratto da Avvenire - Bologna 7 di domenica 22 marzo 2009 di Stefano Andrini 

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