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| Relazione zelante nei tempi ma piena di lacune nei dati |
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| Scritto da ASSUNTINA MORRESI | |
| giovedì 24 aprile 2008 | |
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Il prossimo ministro della Salute troverà sul tavolo, fresca di stampa, la Relazione annuale sull'attuazione della legge 194 sull'aborto con i dati definitivi per il 2006 e quelli preliminari del 2007, rilasciata ieri dopo soli sei mesi da quella precedente, in largo anticipo rispetto alle attese. Molte le conferme, qualche novità. Ritroviamo innanzitutto un andamento noto da tempo: gli aborti tendono a diminuire fra le donne italiane, mentre aumentano fra le straniere e, in misura minore, fra le minorenni. Il dato disaggregato per regioni, poi, conferma quanto osservato l'anno scorso. Le regioni con il maggior rapporto di abortività - cioè il numero di aborti per mille nati vivi - sono sostanzialmente invariate: guida la classifica la Liguria (304.7 aborti per mille nati vivi), seguita a ruota da Puglia, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Umbria e Lazio, tutte con numeri ben al di sopra della media nazionale (235.5 per mille nati). E se il personale medico che dichiara obiezione di coscienza aumenta di molto in tutto il Paese, quando si va a esaminare il dato nel dettaglio si nota che all'interno delle regioni in cui si abortisce di più non c'è omogeneità: Liguria e Puglia, ad esempio, hanno un rapporto di abortività quasi uguale, ma se in Liguria la quota di ginecologi obiettori è del 56.3%, in Puglia sale al 79.9% (più che in Veneto), al di sotto e al di sopra, rispettivamente, della media nazionale, che è al 70%. Lo stesso si potrebbe dire per altre regioni ( Toscana e Umbria, per esempio, o anche Emilia Romagna e Lazio). Quindi l'obiezione non è correlata alle politiche regionali, ma neppure al numero di aborti effettuati. L'aumento consistente degli obiettori di coscienza non equivale alla creazione di un ostacolo all'aborto, e neppure si può imputare a orientamenti politici locali. Va letto piuttosto come un segno di stanchezza, una decisione di singoli operatori sanitari di fronte a una pratica che, pur diffusa da trent'anni, rimane sempre una soppressione di una vita umana e una sconfitta per tutti, alla quale nel tempo non si abitua mai nessuno, neppure chi la accetta e addirittura la pratica, ammettendola fra le possibili scelte personali di ogni donna. Ma c'è un altro aspetto che merita la massima attenzione. Nel presentare il rapporto il ministro uscente Livia Turco ha dato grande spazio agli aborti effettuati in Italia con la pillola abortiva - della quale ancora non è stata concessa l'autorizzazione al commercio -, pari allo 0,9% del totale. Viene spiegato che questa procedura è seguita da un quarto delle donne in tre Paesi europei - Francia, Gran Bretagna e Svezia - ma ci si dimentica di specificare che in tutti gli altri in cui la Ru486 è registrata la percentuale di donne che la sceglie per abortire è irrisoria. L'iter seguito per la registrazione del farmaco è illustrato con dovizia di particolari; purtroppo però degli aborti italiani con la Ru486 conosciamo solamente i numeri complessivi, e neppure aggiornati. Non sappiamo per quante donne il metodo è fallito, non conosciamo il tempo impiegato per abortire, e soprattutto non viene comunicato quante donne hanno abortito all'esterno delle strutture ospedaliere, cioè al di fuori della legge: un dato importante, che ha determinato l'interruzione della sperimentazione della pillola a Torino e le indagini della magistratura. Che senso ha parlare dell'aborto farmacologico in Italia fornendo pochissimi numeri, senza alcun dato sulla modalità e sull'efficacia delle procedure seguite dalle regioni che hanno scelto di introdurlo ( Trentino, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Puglia)? Da una relazione sull'applicazione della legge 194 non ci aspettavamo sicuramente di leggere simili messaggi promozionali. Fonte - Avvenire - |
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