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Scritto da Administrator   
sabato 04 agosto 2007
family-sun Gli irriducibili della tintarella, che si ostinano a esporsi selvaggiamente al sole, sono rimasti pochi mentre è passato nel buon senso comune il messaggio che dal sole bisogna proteggersi. Nessuno sa quanto e soprattutto perchè, si invocano buchi nell’ozono, inquinamento, riscaldamento terrestre, ma al di là delle cause almeno ciò che è chiaro è come proteggersi. In questo la chimica e la cosmetica hanno fatto parecchi passi in poche decadi, sviluppando molecole che hanno la capacità di bloccare alcune radiazioni, chiamate appunto filtri solari per i raggi ultravioletti (UV).

Scudo sulla pelle
Attualmente la lista di principi attivi approvati ne conta 27, 28 in Australia, 16 negli Stati Uniti, la restrizione operata dalla Food and Drug Administration è dovuta al fatto che i filtri sono considerati farmaci, mentre altrove cosmetici. Va da sé che la procedura di approvazione segue iter diversi. In linea generale si possono riconoscere due macrocategorie di sostanze filtranti gli UV: agenti inorganici e agenti organici. I primi si risolvono brevemente in due composti, l’ossido di zinco e il biossido di titanio, che hanno la proprietà fisica di riflettere e disperdere, ma anche di assorbire la radiazione ultravioletta e visibile grazie a un sottile strato di particelle che creano sulla pelle. Sono stabili al sole e a contatto con agenti organici. Hanno il limite di essere esteticamente e cosmeticamente poco accettabili perchè sono opachi e tendono a occludere fin troppo la pelle creando un effetto biancastro esteticamente non gradevole. Recentemente i ricercatori sono riusciti a micronizzare e incapsulare queste molecole e anche se meno filtranti sono pur sempre efficaci ed esteticamente più accettabili. Per questo motivo, e soprattutto per l’assenza di reazioni irritative e di assorbimento sistemico, sono molto adatti all’uso sui bambini.

Elettroni eccitati
Gli agenti organici sono invece sostanze che reagiscono con il sole perché assorbono la radiazione UV; a livello molecolare si verifica un’attivazione degli elettroni che passano da uno stato fondamentale (a riposo) a uno stato eccitato (cioè assorbono l’energia della radiazione). Quando ritornano nella condizione stabile emettono l’energia residua, in quantità non significativa, sottoforma di calore o radiazione fluorescente impercettibile. Possono assorbire o gli UVA o gli UVB oppure uno spettro più ampio, gli ultimi due, per altro, sono stati sviluppati solo in anni recenti, fino al 1997 i filtri solari contemplavano la protezione, bassa, dagli UVB. I composti più diffusi in Europa e negli Stati Uniti sono i cinnamati, usati in combinazione con altri schermi UVB per raggiungere un fattore protettivo più alto, gli altri molto usati in Europa sono i derivati della canfora, i più vecchi ma ancora in voga sono i salicilati e l’acido para-aminobenzoico (PABA) e i suoi derivati. La ricerca sugli schermi ad ampio spettro ha portato allo sviluppo di sostanze molto stabili alla luce, come il Tinosorb M, il Tinosorb S e Mexoryl SX e Mexoryl XL, che assorbono UVA e UVB. Ci sono infine i prodotti auto-abbronzanti contenenti di-idrossiacetone sul cui potere protettivo non ci sono ancora prove definitive, ma in ogni caso sarebbe basso. Poiché gli agenti organici e inorganici agiscono in sinergia, combinati insieme in un unico prodotto ne aumentano il fattore di protezione.

Efficacia, contro cosa?
In diversi studi è stato dimostrato che la regolare applicazione degli schermi di protezione riduce il numero di cheratosi attiniche e di tumori della pelle e previene gli effetti acuti dell’esposizione alla radiazione ultravioletta come le scottature, danneggiamento del DNA della cute, immunosoppressione. Non è ancora stato definitivamente dimostrato che previene il melanoma, una carenza di informazione attribuibile a diversi fattori. In primo luogo, fino agli anni ’90 i fattori di protezione usati erano bassi, variavano tra quattro e 10 e solo per gli UVB inoltre, l’applicazione di schermi solari più potenti posticipa o ritarda gli effetti acuti degli UV e induce a una maggiore esposizione, pensandosi ben protetti da tutti i possibili danni. Infine, accade spesso che il prodotto non venga applicato in modo appropriato cioè prima o appena ci si espone al sole, e soprattutto in modo uniforme. Questo insieme di comportamenti oltre a non permettere uno studio sistematico sull’efficacia, rappresenta anche un’effettiva riduzione dell’efficacia dei prodotti. Esistono reazioni avverse agli schermi solari, di solito si tratta di fenomeni allergici. I test di sicurezza hanno verificato che alcuni composti hanno proprietà fotoallergeniche ma non rappresentano un problema clinico così comune. Un aspetto ancora non chiarito è il possibile effetto endocrino, in particolare di tipo estrogenico, ma finora non stabilito. E finché le informazioni in merito restano queste i benefici superano ampiamente i rischi, benefici assicurati da un corretto uso del prodotto scelto.

Fonti
Lautenschlager S et al. Photoprotection, The Lancet Early Online Publication, 3 May 2007

 
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