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La «scoperta» laica: anche il feto è una persona PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
venerdì 15 febbraio 2008
embrione-1.jpg In Francia da gennaio anche i genitori dei bambini nati morti dalla 22esima settimana possono usufruire del congedo per maternità (secondo una raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che riconosce la "viability", cioè la possibilità di vita, al bambino nato dalle 22 settimane di gestazione); e una recente sentenza della Corte di Cassazione d'oltralpe (vedi articolo qui sotto) decreta che i feti nati morti possano essere registrati all'anagrafe indipendentemente dal peso e, si noti, dalla durata della gestazione.
La sentenza segue la richiesta di tre famiglie che non volevano essere private della possibilità di piangere i piccoli deceduti prima di nascere ad un'età gestazionale tra 18 e 21 settimane. L'ex ministro della Sanità François Mattei, secondo l'agenzia Genethique, afferma che questo mette fine a un paradosso: «Le coppie vedono il figlio grazie all'ecografia, gli danno un nome, lo sentono muoversi, ma se muore è come se non fosse esistito». Già: è importante, per l’elaborazione del lutto, poter costatare la realtà del corpo del defunto, anche di quello piccolissimo. È una decisione storica in un Paese che permette l’interruzione di gravidanza, ma dove non si dubita che la gravidanza interrotta provoca la morte di una persona, tanto da farla registrare all’anagrafe con un nome.

A conferma di questa inversione laica di tendenza, il New York Times di domenica scorsa riportava un lungo articolo sul dolore del feto, spiegando che ormai è un argomento di cui non si giovano solo i gruppi pro-life ma la scienza stessa. E cita i lavori di Sunny Anand, Robert Fisk e Vivette Glover: il feto dalla 20esima settimana può sentire il dolore, e questo ormai è il tema di congressi scientifici e libri di testo. Caduto da pochi (!) anni il mito che il neonato non soffrisse, ora dall’attento studio del bambino prima della nascita si sta spostando l’attenzione sul diritto di quest’ultimo a non soffrire, e si studiano farmaci e dosi apposite. Lo studio del dolore prenatale è una nuova frontiera della scienza e anche in questo si vede che non è certo la Chiesa che blocca la ricerca. Anzi. Certamente ciò invita anche noi a far cadere varie ipocrisie.

La prima è che l’aborto possa essere permesso sulla base di una "distinzione di diritti" tra chi è nato e chi non lo è. In realtà non c’è nessuna differenza ontologica e tanto meno fisiologica tra feto e neonato: dunque non si capisce come accordare al primo meno valore e meno diritti solo perché è ancora in utero. Il feto soffre, ricorda, sorride, succhia il dito, ha il singhiozzo, proprio come accadrebbe se fosse fuori dall’utero: che sia l’ingresso d’aria nei polmoni che magicamente trasforma il "non umano" in "umano"? La seconda anomalia è l’uso della parola "feto", che solo da un secolo ha preso a indicare il bambino prima della nascita. Prima questa parola indicava la "progenie", come testimoniano gli scritti di Catullo e Cicerone. Il bambino restava un "puer" (o un "fetus") prima o dopo la nascita. La parola "feto" è invece oggi una parola neutra (non ha un femminile) mentre l’appartenenza a un certo genere è quello che caratterizza l’umano; è molto simile a parole quali "fetido", "difetto"... Ormai è nell’uso comune , ma sarebbe bene riprendere a chiamare "bambini" i bambini e "fiori" i fiori.

Insomma, l’umanità del bambino prima della nascita è un dato di fatto scientifico e laicissimo. Chi piange, scalcia, ha un Dna uguale al mio e al vostro e un cuore che batte è una persona. Sarebbe bene accorgersene per legiferare e operare di conseguenza, sempre considerando con intelligenza tutti gli aiuti che lo Stato deve dare alle coppie e alle mamme sole in difficoltà, mettendole al primo posto nelle politiche sociali.

Quello che fa riflettere, poi, è che le stesse famiglie reclamano questo riconoscimento; e le famiglie hanno il diritto al lutto, all’abbraccio col piccolo. Non è sentimentalismo ma banale psicologia. Però delle famiglie si parla poco: se ne parla quando si vuole sostenere che siano loro gli arbitri (spesso sotto stress, impreparati, dolenti) della vita e della morte del neonato piccolissimo... E non se ne dovrebbe parlare quando invece reclamano per il loro piccolo un nome e una sepoltura?

Fonte: E' Vita

 
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