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Tre mamme e un seme per due «gefrelli» PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 19 Gennaio 2011 13:07
Assuntina Morresi
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Quattro donne e un uomo per due «gemelli» nati a cinque giorni di distanza: è l’ultima combinazione offerta dalle tecniche di fecondazione artificiale, raccontata da una dei protagonisti sul New York Times Magazine.

Melanie, l’autrice dell’articolo, si è sposata con Michael a 41 anni: desiderano figli ma le vie naturali non riescono, e dopo cinque cicli di fecondazione falliti decidono di ricorrere all’utero in affitto e a una fornitrice di ovociti. Melanie e Michael di figli ne vorrebbero due, ma il dottore ritiene pericolosa una gravidanza gemellare: gli uteri quindi saranno due, e le gravidanze andranno in contemporanea, in modo che possano nascere «gemelli» da due pance distinte.


Ricapitolando: una sola donna dà gli ovociti, che vengono fecondati dal seme di Michael nello stesso giorno. Fra gli embrioni generati, due vengono trasferiti contemporaneamente nell’utero di due donne diverse. Sarà Melanie a fare da mamma ai bambini, un maschio e una femmina, che nasceranno a cinque giorni l’uno dall’altra.

Per loro conia una nuova parola, «twiblings» che in inglese vuole essere un mix fra «fratelli» (siblings) e «gemelli» (twins): potremmo tradurre con «gefrelli». Con il suo racconto Melanie vuole convincere (e convincersi) che il modo con cui sono nati i «gefrelli» non è un «dettaglio di produzione», ma «un tipo di famiglia estesa», un «mosaico», e d’altra parte «se ci vuole un villaggio per crescere un bambino perché non iniziare dal concepimento?».

Melanie spiega con naturalezza l’aspetto commerciale di tutta la faccenda. Due mamme «in affitto» e una fornitrice di ovociti costano una somma enorme, ma lei ritiene giusto pagare certe «professionalità», così come si fa con un dottore o un insegnante: prestazioni professionali irrinunciabili non sono meno accettabili solo perché retribuite.

Nessun problema, quindi, per quella che è una vera e propria compravendita del corpo delle donne, che scivola via nel corso della narrazione, abilmente coperta da un manto di emozioni e da un alone addirittura magico.

Sì, perché sono «uova magiche» quelle della donatrice di ovociti, «fatata» e «mandata da Dio», un «angelo che vola sopra le culle»: Melanie la vuole individuare personalmente, perché sarà la «sua sostituta genetica».

Allo stesso modo sceglie accuratamente le due «portatrici di gravidanza»: donne con una «personalità deliziosa», così come Melanie vorrebbe fossero i bambini.

La donna che vende i propri ovociti è lieve e forte al tempo stesso, bionda, sportiva, con un’aria di gaiezza, ragionevole ma non troppo: «Vorrei che i bambini le assomigliassero», confida Melanie a suo marito. Per le due che affittano l’utero, invece, si preoccupa che siano responsabili: una ha «le guance rosa» e «capelli lisci, scuri e lucenti», l’altra ha un’aria intensa, e tutt’e due sembrano «grandi mamme». Forse Melanie non si rende conto della vena discriminatoria nelle sue parole: le tre donne che lei ha scelto sono bianche e di bell’aspetto, con qualità che lei vorrebbe per i propri figli. Avrebbe pagato gli ovociti o l’affitto dell’utero di donne altrettanto sane ma brutte, o di un gruppo etnico diverso, latino-americano o africano, per esempio? Quello dei «gefrelli» è l’ennesimo esempio dello sconvolgimento portato nel rapporto fra genitori e bambini dalle tecniche di fecondazione artificiale: se n’è recentemente detta turbata anche Miriam Mafai, su Repubblica, denunciando che la vendita del corpo delle donne, anche se consapevole, non è mai una vittoria loro e della loro autonomia, ma «una sua riduzione a puro strumento della volontà e del desiderio di altri». Nicoletta Tiliacos sul Foglio ha parlato di «amputazione di identità» a proposito di questa procreazione frammentata in laboratorio.

Riflessioni trasversali, insomma, tutte da approfondire, che emergono man mano che certe conseguenze della tecnoscienza si svelano con drammatica chiarezza.


© salutefemminile.it - 14 gennaio 2011

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