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Se i figli diventano un "prodotto"... PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 21 Febbraio 2011 16:03
emma-sanremo.jpgQuante volte abbiamo detto che purtroppo i figli non sono più figli, ma oggetti, e che nell’immaginario dei nostri adolescenti passa il sentimento di essere una “scelta”, un “diritto”, un “prodotto”? Una riprova, se ce n’era bisogno, è arrivata dall’intervista ad “Anno Zero” del 17 febbraio fatta alla giovane cantante “Emma”, vincitrice di “Amici”, e seconda al Festival di Sanremo.

La ragazza risponde al’intervistatore: “E’ troppo tempo che mi sento chiamare prodotto, prodotto televisivo. Io non sono il prodotto di nessuno, sono il prodotto dei miei genitori.” Certo, la giovane cantante avrà voluto così esprimere l’affetto a mamma e papà, ma è un lapsus interessante, che come avviene per le parole che usiamo senza premeditazione, svela ciò che abbiamo assimilato. E dentro la generazione attuale c’è il concetto, che già esprimevo tempo addietro, secondo cui: “il figlio è di norma un investimento. Lo si definisce anche "prodotto (del concepimento)", "diritto (della coppia)".” (Journal of Medicine and the Person. Dicembre, 2007).

Non è un bel segno
, perché immette nel concetto di “figlio” l’idea di produzione, che ameremmo che si lasciasse al mondo degli automezzi o dei computer. Certo che a leggerla bene, l’intervista ad Emma ha anche altri risvolti interessanti, come quando spiega che la madre “andava con le scarpe bucate piuttosto che farmi andare con i libri usati”. E anche questo, lungi da essere un giudizio sulla ragazza o sui ragazzi in genere, la dice lunga su quanto sia cambiato il mondo giovanile: ai miei tempi comprare i libri usati non era un disonore; oggi sembra che lo sia. Oggi non andare con la “maglietta” alla moda o i jeans griffati è un must; ai miei tempi si raccattava quello che c’era. Con le dovute eccezioni, ma andar vestiti sponsorizzati è venuto dopo. E questo non solo è un peso sulle famiglie dal punto di vista economico, ma è entrato così profondamente come un imperativo in tutti i ceti, che si arriva a fare sacrifici per il superfluo dei figli, per farli apparire, perché non abbiano a vergognarsi di aver comprato “libri usati”.

Come è chiaro che il vulnus a questa generazione l’ha fatto la generazione precedente e soprattutto quella ancora prima, quella del ’68, facendo loro credere che la vita vale solo a certe condizioni, facendo loro capire di essere dei prodotti che se non vengono bene si rimandano al mittente nella maggior parte dei casi! Tutto il resto, pornografia dei rapporti compresa, è solo una conseguenza, e i media che oggi fanno i neopaladini di pudore e decenza, svegliandosi d’improvviso e facendo come se l’attacco alla decenza non fosse chiaro e lampante già da anni - senza voler noi scusare nessuno che trascende, sia ben chiaro - sono davvero poco credibili.

© bussolaquotidiana.it - 21 febbraio 2011

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