Sulla spinta dell'altolà alla Ru486 dei due neoeletti governatori leghisti - e di altri che li hanno seguiti - si ripropone con forza la necessità del ricovero ordinario fino all'avvenuta "espulsione" del feto. Un'indicazione già emersa, come evidenzia il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, sia sotto il profilo della compatibilità con la 194, di competenza di governo e Parlamento, sia sotto il profilo di sicurezza sanitaria, affrontato dal Consiglio superiore di sanità (Css). «C'è una legge, se la leggano. E, anche se sembra ovvio dirlo, tutte le leggi vanno rispettate» ribadisce intanto il ministro della Salute Ferruccio Fazio, invitando a osservare le indicazioni del Css. Protocolli questi non rispettati da regioni amministrate dalla sinistra. Livia Turco del Pd arriva a sostenere che «non è vero che la legge 194 imponga il ricovero», ventilando per i governatori Roberto Cota e Luca Zaia la denuncia «per omissione di assistenza» per ciò che definisce «ostruzionismo» alla Ru486.
«L'unica ipotesi eventualmente praticabile è quella in ospedale», dichiara invece Giuseppe Scopellitti neoeletto governatore della Calabria, garantendo la sua avversione al percorso dell'aborto farmacologico che manterrà «anche da governatore». «Solo e soltanto in ospedale», concorda il suo omologo in Lombardia, Roberto Formigoni, ribadendo comunque la contrarietà «ideale e culturale» alla pillola ma anche il rispetto delle leggi dello Stato. Proprio in Lombardia il leghista Andrea Gibelli chiede che «il tema» sia affrontato «nelle primissime sedute del nuovo consiglio».
Si muove anche la Sardegna: la vicecapogruppo del Pdl in Consiglio regionale Simona De Francisci ha chiesto ieri «quali indirizzi l'assessorato alla Sanità intende attivare relativamente al ricovero ordinario previsto per le donne che dovessero richiedere l'Ivg attraverso l'utilizzo della Ru486». «Chiederemo ai nostri consiglieri regionali di bloccare l'uso del farmaco», aggiunge per il meridione il segretario nazionale di "Noi Sud", Arturo Iannaccone. «Con la pillola abortiva e la gara per distribuirla nei nostri ospedali, l'ente regionale da che parte sta?», chiede in Toscana Gabriele Toccafondi del Pdl. Ma il nuovo governatore, Enrico Rossi (Pd), liquida il dibattito avviato dal suo omologo in Piemonte, Roberto Cota, come «una vergogna». «Noi siamo dalla parte della vita sempre», assicura il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che però interpreta le dichiarazioni dei governatori leghisti in contrasto con una legge dello Stato che «gli uomini delle istituzioni devono applicare».
Quindi, aggiunge, la Lega «che è una grande forza politica» se vuole può cambiare la 194. Cota, comunque, risponde che sulla Ru486 ha sempre avuto «una posizione chiara e mai in contrasto con la legge». E a chi vede in questa dichiarazione una retromarcia, il neogovernatore replica: «Ho sempre detto che sono per la difesa della vita, che sono per il rispetto della legge e che ritengo necessario il ricovero». Luca Zaia, omologo in Veneto, rimarca di «aver a cuore la salute delle donne», quindi sottoporrà «la questione alla commissione medica regionale che ne valuterà condizioni e modalità di somministrazione», che comunque deve avvenire in ambiente protetto. I governatori del Pd controbattono richiamando anch'essi il rispetto della legge. «Cagnara senza senso», rincara Anna Finocchiaro.
Eugenia Roccella, però, dopo aver ricordato la sponsorizzazione della Ru486 da parte delle giunte di sinistra in contrasto con le indicazioni del Css, avverte che «non si può invocare» l'autorità dello Stato solo a «intermittenza».
Pier Luigi Fornari
Ecco la questione «non centrale»...
E per fortuna che non era un tema pertinente con le elezioni regionali. La ricordiamo bene la battuta spesa poco prima del voto da qualche imprudente candidato che aveva irriso la decisiva sottolineatura del cardinale Bagnasco sull'importanza della questione della vita nella scelta elettorale asserendo che l'aborto non avesse a che fare con le urne. Ce l'aveva eccome, tant'è vero che da tre giorni i governatori - dai neoeletti ai veterani - non parlano che di Ru486.
Segno che l’aborto nella sua versione chimica mal si adatta a essere silenziato come faccenda privata e ricacciato nell’angolo buio di un preteso "diritto individuale" che si risolve col day hospital della pillola ingerita davanti al medico e il feto "espulso" nel bagno di casa o dell’ufficio. Alla faccia dello sbandierato rispetto per la salute e la dignità femminile, oltre che della stessa legge sull’interruzione di gravidanza.
La nuova fiammata nel dibattito sulla discutibilissima adozione della pillola abortiva in Italia, nei giorni in cui varcano la frontiera le prime scatole del farmaco realizzate per il nostro Paese, ha il merito di chiarire in modo ormai inequivoco i termini della questione lasciando inesorabilmente fuori gioco chi sostiene che «l’ospedale non è un carcere» e che la donna deve poter decidere se e quando uscirsene col suo dramma fisico e psicologico in pieno svolgimento. L’irresponsabilità di queste battute fa il paio con le polemiche di quanti sostengono che gli indispensabili freni regionali all’uso della pillola abortiva finirebbero con l’alterare la legge 194. Un cortocircuito concettuale bello e buono: è semmai vero, infatti, che è la pratica dell’aborto extra-ospedale a configurare nei fatti la violazione di una norma che legalizza il dramma dell’aborto ma non concede margini a pratiche disinvolte e pericolose.
E dunque abbiano il coraggio i fautori della Ru486 "libera" – in testa i radicali, grandi sponsor dell’intera operazione – di andare in Parlamento a esporre al Paese le ragioni per le quali andrebbero allentati garanzie e controlli, lasciando a una donna già sofferente la valutazione su sintomi e problemi dei quali non può avere la conoscenza che ne ha il personale ospedaliero. La stessa citazione della Francia come esempio "felice" di adozione del prodotto abortivo (ideato e fabbricato Oltralpe) è un’altra bugia raccontata a chi vuole crederci: il governo francese è infatti alle prese col grave problema di un numero di aborti che, salito costantemente dopo l’adozione della Ru486, non accenna a diminuire. Siamo sicuri di voler rinunciare alle nostre pur tristi statistiche che parlano di una lenta e costante riduzione della tragedia rappresentata dagli aborti volontari? Non è allora il caso di smetterla di negare la pericolosità fisica, psichica e sociale della nuova pillola abortiva per affrontare una buona volta tutti insieme la piaga aperta degli aborti, sempre e comunque troppi?
Forse, però, c’è in talune componenti culturali, politiche e mediatiche del Paese l’imbarazzo di non sapere proprio cosa dire del vero diritto che le donne italiane reclamano: quello di poter essere madri senza patire insopportabili umiliazioni professionali e sociali. La vera "rivoluzione" per l’Italia non è la nuova, miracolosa pillola con la quale regolare a piacimento le gravidanze – come se si trattasse di ascessi da estirpare – ma la libertà per le famiglie di poter allargare il numero dei figli senza rischiare la povertà.
E visto che le fandonie messe in circolazione sono tante, è davvero arrivato il momento di farla finita anche con la storia dell’«aborto chimico meno doloroso di quello chirurgico»: la pillola costringe ad almeno tre giorni di penosa attesa, con effetti collaterali pesanti da sopportare e l’insostenibile idea di aver abortito da sé il proprio figlio. Può bastare come «aborto dolce»?
Ben vengano allora le dichiarazioni dei neogovernatori e di chiunque, con loro, riapre il dossier Ru486: è alla vita che dobbiamo far spazio nel nostro futuro, non a una gelida chimica della morte.
Francesco Ognibene
Legittimo fermare tutto,
è la legge 194 a dare alle Regioni questo potere
«Non è corretto sul piano legislativo contestare la legittimità del comportamento di quei presidenti di Regione che ritengono non praticabile la tecnica dell'aborto chimico attraverso la somministrazione della Ru486». Questa affermazione Alberto Gambino - docente di Diritto privato all'Università europea di Roma - la motiva con la legge 194 alla mano. «Ricordo che in base all'articolo 15 le Regioni promuovono l'aggiornamento "sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione di gravidanza". Si tratta di un potere-dovere legittimo che rientra tra le prerogative delle istituzioni regionali».
Dunque, Zaia e Cota possono non introdurre la pillola in Veneto e Piemonte?
Intanto bisogna ricordare che in Piemonte la prassi adottata nella somministrazione della Ru486 non prevedeva il ricovero ordinario ma il <+corsivo>day hospital<+tondo>, obiettivamente pericoloso. La donna, infatti, torna a casa e deve fronteggiare in solitudine i rischi di emorragie. Dunque, il nuovo governatore può dire: fermiamoci, perché ho il potere, datomi dalla 194, di monitorare le tecniche. E, se sono queste, posso bloccare tutto. Poi vedremo se ce ne sono altre, come il ricovero ordinario, che tutelano maggiormente la salute della donna. E se ci sono nuovi protocolli del ministero della Salute.
Ma con il ricovero ordinario la donna può sempre firmare e andarsene.
Qui c'è una grande ipocrisia. Per questo c'è chi, come me, sostiene che la Ru486 in quanto tale contrasta con la 194: per la sua dinamica, per l'assenza di prevenzione, di dissuasione, per i tempi strettissimi e per la tecnica in sé, che non è un "intervento", unica ipotesi prevista dalla 194.
Il Css si è espresso per il ricovero ordinario, ma si è in attesa di linee guida. Non c'è il rischio di diversi trattamenti nelle varie regioni?
Una volta che il governo, a cui spetta la tutela della salute su tutto il territorio nazionale, abbia emanato linee guida che prevedano il ricovero ordinario, tutte le regioni dovrebbero attenersi. Uso il condizionale, perché sul piano della lettura della legge e per le ragioni dette, qualcuno potrebbe discutibilmente ritenere che questa tecnica non rientri nelle previsioni della 194.
Fino a dove ci si può spingere?
La legge parla di interventi chirurgici, ed è tutta incentrata su quella fattispecie. Inoltre la sua violazione è un reato. Quindi non si può procedere per analogia o con un'interpretazione estensiva che includa altre fattispecie discriminanti come l'aborto chimico, che, ripeto, non sono previste dalla 194. E siccome i governatori hanno una funzione pubblica importante nel fare osservare le leggi dello Stato, ci potrà essere qualcuno che ritenga che la Ru486 sia illegittima in toto, aprendo contenziosi sul piano politico-istituzionale e persino giurisdizionale.
Molti la definiscono una terapia. Che ne pensa?
Il peccato originale è che la Ru486 non è un farmaco, cioè una pillola che cura una malattia. È giusta piuttosto la definizione di aborto chimico, perché questo non è altro che - mi si passi l'espressione - un veleno finalizzato ad annientare un essere vivente. Possibile che l'Agenzia italiana del "farmaco" possa ratificare questo tipo di ritrovato chimico? Forse significa che la gravidanza è diventata una malattia?
Gianni Santamaria
© Avvenire - 3 aprile 2010
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