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| Eutanasia di Stato, quando la morte diventa una cura |
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| Scritto da Administrator |
| Lunedì 01 Marzo 2010 14:02 |
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Nella provincia del Québec, in Canada, è in corso una campagna in favore della "dignità di morire", che sostanzialmente si sta dimostrando una campagna a favore soprattutto dell'eutanasia e del suicidio assistito, attualmente vietati dal Codice penale. Una commissione parlamentare sta raccogliendo deposizioni e testimonianze di esperti in vista di una proposta da sottoporre a referendum. Se approvata, potrebbe essere usata come pressione sul governo federale, al quale spetta l'eventuale cambiamento del Codice penale. Questa commissione, finora denominata "sulla questione del diritto a morire con dignità", ha nei giorni scorsi cambiato il suo nome, diventando: "Commissione speciale sulla questione della morte con dignità". La scomparsa del termine "diritto" è dovuta alle obiezioni sollevate sull'esistenza di un pregiudizio già dal titolo. Anche su cosa realmente possa intendersi con dignità si è aperto un dibattito, con le obiezioni, per esempio, di chi si occupa di cure palliative, che contesta che la dignità possa essere data solo da eutanasia e suicidio assistito.
La cosa peggiore che possa capitare in una società di diritto come la nostra è che una persona debole e vulnerabile si lasci uccidere da una persona o un gruppo di persone con più potere. È questo potere che reclamano dalla Commissione parlamentare il dottor Gaétan Barrette, della Federazione dei medici specialisti del Québec, e il dottor Louis Godin, della Federazione dei medici generici del Québec. I loro argomenti poggiano principalmente su dei sondaggi tesi a dimostrare il sostegno all'eutanasia dei membri delle due federazioni e dell'opinione pubblica. La correttezza dell'uso di questi dati è già stata oggetto di varie critiche, anche da parte di un noto statistico dell'Università di Montreal. Allo stesso modo in cui non si preoccupano di finezze e sottigliezze quando cercano più soldi per gli aderenti (e di ciò li si ringrazia!), così non mettono di certo i guanti bianchi per reclamare il privilegio per i medici di non essere sottoposti al Codice penale per poter effettuare l'eutanasia sui loro pazienti. L'efficacia fa qui premio sulla verità, ma i due negoziatori perdono credibilità agendo in questo modo. Dovrebbero ispirarsi ai loro colleghi del Collegio dei medici, o almeno dare l'impressione di avere un po' di rispetto e di sensibilità verso le persone deboli, che rischiano di diventare le prime vittime di colleghi incauti quanto loro. Tuttavia, è un altro il punto che sembra finora essere sfuggito a questi leader sindacalisti, abituati ai metodi della negoziazione, e ai politici. Il punto centrale è che, quando si tratta di un argomento importante come la vita di una persona, l'opinione della maggioranza non è sufficiente, perché significherebbe dare la precedenza al gruppo (i forti) sulla persona (il debole). Il 50 per cento più uno, o anche l'80 percento di sostegno popolare non basta quando è questione del diritto alla vita (ed è anche il caso della pena di morte), un diritto talmente fondamentale che non può essere negato per gli altri, né rinunciarvi quando si tratta di noi stessi. Questo è il loro più grande errore. Il secondo errore è di fare della morte una questione solamente medica, mentre si tratta di qualcosa infinitamente più grande che merita la più grande attenzione e la più grande prudenza, che non potranno mai essere assicurate da nessuna pretesa "segnalazione" di eccezionalità.Affermare che dare volontariamente la morte dovrebbe essere tra le cure a disposizione del medico per trattare le sofferenze di una persona cosciente (l'equivalente del suicidio assistito), o peggio, per dare la morte a una persona incosciente o non consenziente (eutanasia attiva), non è alla fine che un tentativo di presa di potere da parte della classe medica. Anche se si vestono questi gesti con parole edificanti o poetiche del tipo "cure appropriate di fine vita", "diritto a una morte dignitosa", "ultima piccola spinta per il viaggio finale". Si deve resistere a questa offensiva. Come corollario, sarebbe una aberrazione e un errore storico delegare il diritto alla vita (e alla morte) al Ministero della salute. Non è un suo compito. Questa commissione parlamentare si dimostrerà utile se aiuterà a chiarire la pericolosa confusione dei termini utilizzati: da un lato, l'accanimento terapeutico, l'eutanasia e il suicidio assistito (tutti da evitare), e dall'altro, l'accesso a cure attente, umane, con un controllo ottimale del dolore tanto fisico quanto morale (che è necessario favorire e sviluppare). Chi opera con persone in fin di vita potrà confermare che i pazienti curati e attorniati da attenzione autentica normalmente non si augurano l'eutanasia, e attraversano con dignità questo passaggio che, infine, è parte della vita. Ecco il nostro vero compito come medici: umanizzare la medicina con un atteggiamento umile e disponibile che "aiuti a vivere".
Marc Beuchamp chirurgo ortopedico - Montreal, Canada
Apparso sul quotidiano canadese La Presse |
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